Il Made in Italy post covid è sempre più in digitale: ma è un percorso per tutti?
30 novembre 2020
/ Giuseppina BrunoAbstract
Le micro e piccolissime imprese, quelle per intenderci che fatturano meno di un milione di euro, ai tempi del covid: sono la maggior parte delle imprese che costituiscono il tessuto imprenditoriale italiano e meridionale, in particolare; sono quelle che hanno subito le maggiori conseguenze da poco meno di un anno di pandemia.Si sono ritrovate ad operare senza più punti di riferimento fondanti: le relazioni one to one, gli eventi, i meeting, la quotidianità di un modello di business consolidato e, nonostante gli accordi e gli incentivi posti in essere da enti ed istituzioni pubbliche, non tutte hanno saputo reagire. Quali sono i motivi di una crisi “annunciata”?
La pandemia da Covid-19 ha dato un impulso inaspettato al digitale e alla digitalizzazione delle attività più comuni sia a livello di impresa che di vita privata quotidiana. In particolare, per quanto riguarda le attività commerciali, il sostegno alla digitalizzazione delle imprese pur essendo avviato già da un po' di tempo ha di fatto avuto una accelerazione sostanziale nell’ultimo anno anche grazie al rafforzamento delle azioni da parte di Enti ed Istituzioni pubbliche in questa direzione.
È di pochi giorni fa la presentazione dell’accordo tra ITA-ICE Agenzia ed Alibaba volto a promuovere il Made in Italy attraverso la piattaforma cinese di scambio business to business. Il progetto prevede la selezione di 300 imprese italiane dei settori Agroalimentare e Vino, Abbigliamento e Design, Tecnologie Industriali che saranno inserite nell’Italian Pavilion della piattaforma e accompagnate per 6 mesi nell’utilizzo della stessa in modo gratuito per 24 mesi. Si tratta di un’opportunità unica per le imprese italiane che avranno la fortuna di essere selezionate, non soltanto per il valore economico dell’operazione che consentirebbe di risparmiare i costi di adesione e formazione, ma anche perché contrariamente a quanto si ritiene erroneamente, la piattaforma Alibaba è ormai utilizzata in tutto il mondo e non soltanto in Cina. È, inoltre, importante sottolineare che questo è l’ultimo in ordine di tempo di una serie di accordi che l’agenzia italiana ha sottoscritto con le più importanti piattaforme di e-commerce internazionali: Amazon, Flipkart (India), Gmarket (Corea del Sud), Jd.Com e WeChat (Cina).
In maniera parallela, Simest ha messo a disposizione fondi per 1,3 miliardi di euro per finanziare con fondo perduto fino al 50% attività di internazionalizzazione, tra cui l’iscrizione a piattaforme di scambio commerciale online e/o la realizzazione di un proprio sito e-commerce. I fondi sono andati finiti nel giro di pochi mesi e temporaneamente sospesi per eccessiva richiesta.
Una luce positiva in questo anno “funesto”? Probabilmente si, ma non è tutto oro quello che luccica.
In primo luogo, le aziende che possono beneficiare del digitale hanno bisogno di risorse e competenze, digitali appunto, che nella maggior parte dei casi non hanno all’interno. Seppur volessero usufruire di personale specializzato esterno, non sempre gli imprenditori hanno cognizione ed esperienza digitale tale da consentire loro una scelta oculata. Infine, raramente gli imprenditori comprendono che “vendere online” non è sinonimo di “avere un sito web”. Essere online e coglierne le opportunità sono cose molto diverse fra di loro: è necessario un corredo fotografico di qualità che esalti i prodotti, un racconto coerente con la storia dell’azienda, competenze linguistiche, competenze tecniche: SEO, SEM, e-mail marketing, social media management sono aspetti indispensabili per cogliere le opportunità della Rete.
In secondo luogo, i fondi messi a disposizione da Simest per azioni di internazionalizzazione delle imprese sono stati richiesti per una percentuale molto alta da aziende per operazioni di patrimonializzazione - il finanziamento, cioè, è finalizzato al miglioramento o al mantenimento del livello di solidità patrimoniale (rapporto patrimonio netto / attività immobilizzate nette) al momento della richiesta di finanziamento ("livello d'ingresso") rispetto a un "livello soglia" predeterminato. Poiché tale possibilità è data alle aziende già strutturate – il finanziamento copre fino al 40% del patrimonio netto ed un massimo di 800.000 euro, si dà il caso che le piccole imprese siano rimaste di fatto escluse dalla possibilità di accedere a questi fondi, in un momento in cui era forse decisivo e vitale investire.
Il digitale e la grande distribuzione hanno salvato molte aziende dalla crisi attenuando le perdite da covid, ma ancora una volta i dati vanno letti anche da un’altra prospettiva. Anche in questo caso, infatti, le statistiche sono a sfavore delle micro e piccole imprese le quali hanno più difficoltà di accesso alla GDO e che molto spesso vivono di prossimità, ristorazione, piccolo dettaglio, relazioni umane. Tutti fattori che la pandemia ha improvvisamente cancellato.
Quello che si prospetta per il tessuto imprenditoriale del Mezzogiorno è una vera e propria sfida: gli imprenditori del Sud devono prendere coscienza che non è più il momento di “stare alla finestra”, del “abbiamo fatto sempre così”, ma devono investire in persone, competenze, innovazione e digitale al fine di poter cogliere le opportunità di un mercato che mai come in questo anno si è dimostrato essere globale. Allo stesso modo, le istituzioni devono comprendere che queste imprese hanno bisogno di professionalità e competenze e, pertanto, gli incentivi devono essere indirizzati a colmare le lacune professionali attraverso percorsi di formazione specifici e il sostegno per l’assunzione di personale qualificato.
Giuseppina Bruno
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